Note dallo Zimbabwe – 4 Luglio 2019. Zimbabwe, terra di leoni. Loris Palentini

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Sembra quasi un quadro impressionista e invece la potremmo semplicemente definire un’immagine di riscatto. Un riscatto sociale ed economico tanto agognato e sudato, e finalmente arrivato grazie al frutto del duro lavoro di un’intera comunità e all’aiuto di un’organizzazione supportata da tanti che ancora credono nella solidarietà e nell’uomo come persona. In questa epoca storica in cui per tutti diventa facile puntare il dito sugli altri, arroccandosi il diritto a giudicare, credendo che standosene seduti comodamente a guardare un telegiornale si possa pensare di aver “capito” cosa spinga, e spesso costringa, milioni di persone a fuggire dalla loro terra in cerca non solo di fortuna ma troppo spesso di salvezza, questa storia risuona ancora più in forza e bellezza.

Questa non è la solita storia, non è l’ennesima storia di un gruppo di disperati alla ricerca di un futuro migliore altrove. È la storia di una comunità che dopo tanti insuccessi sta finalmente tornado a sperare, a sognare, a vivere e tutto questo grazie alla perseveranza e al duro lavoro messo da ognuno dei suoi membri in ogni giornata di fatica sotto un sole cocente ad oltre 40°. Questa è una storia di riscatto, la storia di persone, di donne e di uomini, perché è di questo che si tratta. È di persone che il mondo è fatto, e dalle persone è scritta la storia. Questa è la storia che milioni di migranti avrebbero sognato di raccontare ai loro figli e nipoti, potendo essere rimasti a casa a creare un futuro migliore per loro e le loro famiglie anziché rischiare le loro vite in terra d’altri.

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Quando sento qualcuno raccontare che “orde di migranti ci invadono per approfittarsi di ciò che NOI abbiamo creato col NOSTRO duro lavoro” non posso che ripensare alle centinaia, forse migliaia ormai, di persone incontrate nel corso della mia vita, chine su un improbabile raccolto, speranzose di dare un futuro migliore ai propri figli. Le persone in questa foto, che ho avuto la fortuna di incontrare e di conoscere, guardano dall’alto l’acqua che per la prima volta dopo anni sgorga copiosa ed inizia a riempire un piccolo bacino artificiale che garantirà loro di poter coltivare. È parte di un più vasto programma che Cesvi* sta sviluppando, e grazie al quale diverse comunità beneficeranno di sistemi irrigui moderni e ad elevata efficienza idrica ed energetica. Questo permetterà a queste comunità, che vivono in aree tanto remote quanto aride dello Zimbabwe, di ridurre il costo per coltivare il loro raccolto contribuendo al contempo alla salvaguardia delle risorse naturali del pianeta.

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Ma questo non è ancora sufficiente. Mentre in tutto il mondo, Italia ed Europa incluse, il settore agricolo vive di sussidi, nel povero e martoriato Zimbabwe questi sussidi sono una mera promessa elettorale, utilizzati per comprare un elettorato debole e per garantire la sudditanza della popolazione. Ecco quindi che qualsiasi forma di agricoltura non può prescindere dall’essere sostenibile. Quanta forza in questa semplice parola!

Agricoltura sostenibile, al passo coi tempi, in grado di ridurre il consumo di risorse indispensabili per la sopravvivenza del nostro pianeta. Ed ecco che una semplice comunità di contadini, quale poteva essere quella dei nostri nonni, si trasforma nel motore pulsante in grado di sostenere il futuro di tutti noi. Questa comunità sta imparando che ce la deve fare da sola, che nessuno verrà a portar loro il cibo o le sementi per coltivarlo ma che loro, restando saldamenti legati alle loro origini e alla loro terra, coltiveranno quanto serve a sostenere la loro famiglia, a mandare i loro figli a scuola e a garantire un futuro migliore al proprio paese.

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Mi chiedo a questo punto perché questa comunità di uno dei distretti più poveri del paese, anziché continuare a lottare e a credere nelle proprie capacità non si sia messa in cammino verso una nuova terra, per cercare di approfittare delle risorse accumulate da altri. Non è forse quello che fanno tutti? O forse no?

Alle volte mi rendo conto di quanto mi diventi difficile conservare l’obbiettività necessaria a giudicare gli altri. Incontro ogni giorno persone che spesso non riescono a permettere ai loro figli più di un pasto al giorno. Incontro mamme che investono i frutti del loro sudato lavoro per poter mandare i loro figli a scuola, pur sapendo che per loro il futuro non potrà che essere sui campi a coltivare quel che basta per sfamarli. Nessuno di loro vuole andarsene. Alcuni sono costretti a farlo, e spesso selezionati dalla famiglia per cercarsi un lavoro lontano da casa e riuscire a mandare qualcosa a genitori e figli.

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E allora mi chiedo perché continuare, mi chiedo se quello che facciamo abbia un senso, se siamo in grado di piantare il seme della speranza. E così mi rendo conto che quel seme non è mai stato estirpato e che al primo raggio di sole i campi si ripopolano di laboriose formichine che senza mai arrendersi, né dandosi per vinte, tornano meticolose a continuare il lavoro lasciato sospeso il giorno precedente. Tornano a controllare che il bacino si sia riempito e che ci sia quella rinnovata speranza che il prossimo raccolto sarà sufficiente a mantenere viva la fiamma in ognuno di loro fino alla successiva stagione. È una vita vissuta un giorno alla volta, una stagione alla volta, un sogno alla volta.

CESVI è una ONG Italiana

Loris Palentini è il Capo Missione CESVI in Zimbabwe

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