Note dall’Angola – 5 Gennaio 2019. Oggi si va per chiese – Luciano

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L’Angola, colonia del cattolico Portogallo, è ricca di chiese cattoliche, la maggior parte delle quali sono state costruite fre il XVII e il XVIII secolo e conservano un tipico aspetto coloniale di particolare fascino.

Circa il 41% della popolazione angolana, compresi gli stranieri che vivono nel paese, è cattolica, il 38% frequenta chiese protestanti e il 7% appartiene a diverse confessioni senza inquadramento dottrinale. Poi ci sono le congregazioni animiste, che insieme costituiscono l’1% della popolazione e Islam ed Ebraismo, che insieme, hanno un numero di seguaci inferiore all’uno per cento della popolazione. (Censimento generale della popolazione angolana del 2014).

Lo stato angolano ha iniziato il processo di riconoscimento legale delle confessioni nel 1987, quando ha conferito personalità giuridica a 12 chiese cattoliche e a 11 protestanti; nel 2000, ha effettuato l’ultimo atto di riconoscimento, portando a 84 il numero di confessioni legalizzate.

Luanda è ricca di piccole chiese cattoliche moderne ma anche di interessanti chiese antiche coloniali.

Le più importanti chiese coloniali di Luanda sono: la Chiesa di Nostra Signora di Nazareth, del 1664, costruita sulle rovine della Fortezza della Santa Croce, al cui interno spicca un altare fatto con il marmo rosa italiano; le Chiesa di Nostra Signora dell’Aiuto, del 1665, fatta costruire dai mercanti portoghesi che vivevano nella città bassa; la Chiesa di Gesù, iniziata a costruire nel 1603 e completata nel 1636, di stile Barocco; la Chiesa di Nostra Signora del Capo, del 1669, popolare fra i pescatori e marinai; la Chiesa di Nostra Signora del Carmelo, del 1689, commissionata dalla regina del Portogallo.

Fra le chiese moderne merita una visita la Chiesa della Sacra Famiglia, costruita negli anni sessanta.

Oggi, come anticipato si va per chiese. La città grande, la bella giornata di caldo e la voglia di camminare a piedi, mi hanno costretto a visitarne solo alcune, almeno per oggi.

Dopo aver parcheggiato la macchina in un posteggio vicino alla Marginal, il grande e maestoso lungomare di Luanda, mi sono incamminato verso la Chiesa di Nostra Signora dell’Aiuto.

La chiesa fu fatta costruire dai mercanti portoghesi che vivevano nella città bassa (Baixa, quartiere di Luanda) e che erano stanchi di chiese costruite solamente nella città alta (Cidade Alta, altro quartiere di Luanda). La chiesa all’interno è arricchita da un tetto in legno e nella facciata principale presenta due piccole torri, che sembra facessero parte di un primitivo allarme per gli incendi che utilizzava campane che producevano suini differenti, uno per ogni quartiere della città.
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La chiesa in seguito venne abbandonata e nel 1995 è stata ricostruita da una delle compagnie petrolifere che assediano la città. La chiesa è dotata di un bel giardino antistante che è spesso utilizzato dai fedeli e da coristi gospel.

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Dopo aver visitato Nostra Signora dell’Aiuto, mi sono avviato verso la parte alta della Baixa per visitare la Chiesa di Nostra Signora del Carmine. La chiesa, del 1689, ha il tetto  ricoperto da tegole del XVII secolo e, fatta costruire dalla Regina del Portogallo, nella facciata principale ne ha scolpita la corona. Ha all’interno un grande organo, numerosi balconcini e il tetto affrescato, tutte le pareti sono arricchite da antichi azuleios portoghesi. Bellissima.

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Infine mi avvio verso la Chiesa della Sacra Famiglia, un edificio recente dai canoni squadrati e geometrici del cosiddetto Movimento Moderno. La chiesa all’interno presenta numerosi e ricchi mosaici.

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Per oggi la mia passeggiata alla ricerca delle antiche chiese è terminata, ovviamente è spontaneo pensare che i portoghesi in Angola hanno esportato il cattolicesimo e hanno inventato il mercato degli schiavi.

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La successione di diversi regimi politici in Portogallo – la monarchia costituzionale, ufficialmente cattolica, la Repubblica laica (Repubblica), l’Estado Novo, formalmente separata dalla Chiesa cattolica ma con una stretta collaborazione con il cattolicesimo – non ha comportato interruzioni nelle relazioni tra lo stato portoghese e le pratiche missionarie. Le esperienze delle missioni secolari durante l’I República avevano una portata limitata. Il fatto che l’Estado Novo assegnasse un ruolo al cattolicesimo nella “portugalização” (assimilazione alla cultura portoghese) delle popolazioni africane, attraverso l’accordo missionario del 1940 integrato dallo Statuto missionario del 1941, rafforzò la capacità dell’intervento della Chiesa cattolica . Tuttavia, non ha introdotto innovazioni nella concettualizzazione delle missioni cattoliche come mezzo per “portugalizar”  e “civilizar”  i territori sotto la sua sovranità in Africa.

La politica coloniale divenne una stretta associazione tra il nazionalismo portoghese e il progetto imperiale; il nazionalismo promosso dallo Estado Novo era abbinato al progetto missionario cattolico.

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Con l’espansione del Portogallo nell’Africa occidentale nel XV secolo, i mercanti iberici iniziarono a riconoscere il potenziale economico di un’impresa di traffico di schiavi su larga scala. Uno dei primi a registrare questo sentimento, era un giovane capitano di nave chiamato Antam Gonçalvez, che salpò per l’Africa occidentale nel 1441 per acquistare pelli di foca e olio. Dopo aver ottenuto il suo carico, Gonçalvez convocò un incontro dei ventuno marinai che lo accompagnarono e svelò il suo piano per aumentare i loro profitti. Quella notte Gonçalvez a Cap Blanc, una stretta penisola tra il Sahara occidentale e la Mauritania, rapì due berberi, un uomo e una donna. Un altro marinaio portoghese, Nuno Tristão, e alcuni membri del suo equipaggio si unirono presto a Gonçalvez. Il raid procurò una dozzina di prigionieri.

Il viaggio di Gonçalvez nel 1441 è ampiamente considerato come l’inizio del commercio degli schiavi transatlantico. Al suo ritorno in Portogallo, Gonçalvez permise ai suoi prigionieri di negoziare i termini della loro liberazione. Piuttosto che offrire un riscatto di denaro, i prigionieri promisero di dare a Gonçalvez dieci schiavi in cambio della loro libertà e del loro passaggio sicuro a casa. Così nel 1442, Gonçalvez restituì i suoi prigionieri berberi nel Sahara occidentale, ricevendo come pagamento dieci schiavi Africani sahariani, che portò in Portogallo per la rivendita.

Le leggi iberiche del XV secolo non regolavano lo status giuridico delle persone non cristiane. Gli argomenti legali e filosofici per affrontare questo problema iniziarono ad evolversi durante la seconda metà del XV secolo, quando i marinai portoghesi iniziarono a tornare in Iberia con prigionieri acquistati nell’Africa occidentale e nell’Africa centrale occidentale.

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Nel 1452 e nel 1455, papa Nicola V pubblicò una serie di bolle papali che concedevano al Portogallo il diritto di schiavizzare gli africani subsahariani. I dirigenti della Chiesa sostenevano che la schiavitù era un deterrente naturale e un’influenza cristianizzante per un comportamento “barbaro” tra i pagani. In una bolla era scritto : “………. per invadere, perquisire, catturare, sconfiggere e sottomettere tutti i saraceni e tutti i pagani … [e]…. per ridurre le loro persone alla schiavitù perpetua e per applicare e appropriare a se stesso e ai suoi successori i regni, i ducati, le contee, i principati, i domini, possedimenti e beni, e convertirli al suo e al loro uso e profitto…”

Quindi, oltre a giustificare la schiavitù dei musulmani e di altri popoli non cristiani – compresa una popolazione sempre più importante di africani subsahariani e dei loro discendenti – all’interno del mondo iberico, questa legislazione autorizzava essenzialmente coloni e commercianti portoghesi all’estero ad acquisire schiavi africani attraverso il commercio , attingendo ai mercati preesistenti e alle rotte commerciali.

All’inizio la Chiesa limitò ufficialmente il commercio di schiavi africani ad Alfonso del Portogallo.

La bolla papale del 1455 giustificava l’espansione della schiavitù africana (nera) nelle prime colonie iberiche e l’acquisizione di più prigionieri e territori africani, ma lo stesso decreto forniva anche un quadro giuridico che consentiva agli africani subsahariani che si convertivano al cristianesimo di negoziare con le autorità iberiche.

L’esempio più noto di questa forma di negoziazione si ebbe nel regno del Kongo nell’Africa centro-occidentale. Nel 1520, il sovrano cristiano del Kongo usò una pressione diplomatica basata sul suo status religioso per cercare di limitare il commercio degli schiavi portoghesi dal Kongo.

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Fonti

Missions and Colonial Power in Angola and Mozambique in the 20th Century. Discussion published by Aurora Almada e Santos. Africa Past and Present – H-AFRICA

Pope Nicolas V and the Portuguese Slave Trade in African Laborers for a New Empire: Iberia, Slavery, and the Atlantic World. By Carl Wise and  David Wheat

 

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